La carriera, le imprese e la vita di uno dei più grandi talenti del motociclismo moderno.

Il mondo dello sport spesso ci ha regalato talenti pazzeschi ma limitati da un carattere difficile che ne ha decretato l’autodistruzione: la dose di follia insita in loro, legata indissolubilmente a personalità burrascose, ha contribuito altresì a scrivere vivissime pagine di Storia. Nel nostro settore, se dovessimo pensare a un Campione tra questi, certamente tra i primi nomi figurerebbe quello di Anthony Gobert.

Classe 1975, nasce a il 5 marzo a Greenacre (Australia), sobborgo di Sidney particolarmente tranquillo. Come molti suoi colleghi inizia il percorso professionistico nell’off-road, dove si mette rapidamente in mostra prima di passare all’asfalto. La sua guida esplosiva e la sua tenacia gli assicurano subito la vetta delle classifiche nazionali, tanto che nel 1994, a soli 19 anni, ottiene la prima wild card nel Campionato Mondiale SBK sul circuito di Sugo, Giappone. E’ il 28 agosto ed Anthony si trova all’esordio assoluto in un circuito che non conosce, a bordo della stupenda Honda RC45. Ottavo in Gara1 e sesto in Gara2, con un distacco rispettivamente di 20 e 17 secondi dal Campione in carica nonché autore della doppietta Scott Russell. Con un biglietto da visita del genere il nome di Gobert inizia a circolare nel paddock, e non si dovrà attendere molto prima di rivederlo di nuovo in azione nella massima serie per derivate. E’ il 30 Ottobre e nella “sua” Phillip Island va in scena il round conclusivo dell’edizione ’94.

La rigorosa disciplina dei vertici HRC è già entrata in contrasto con l’esuberanza del pilota del Queensland, così il manager Rob Muzzy decide di affidargli una Kawasaki ZX7R del suo team, dove trova Scott Russell come compagno di squadra, costretto a difendere il titolo dalla rimonta di Carl Fogarty. Per la cronaca, il weekend disastroso di Russell consegnerà il primo titolo a King Carl. Ma ciò che lascia tutti sbalorditi è la prestazione di quel giovanissimo ragazzino con i capelli tinti arrivato in furgoncino, avvezzo al traverso e ad una guida spettacolare. “The Go Show” (questo il soprannome che lo accompagnerà nella sua carriera) ottiene pole position, terzo posto in Gara1 e vittoria in Gara2: è il vincitore più giovane del WSBK, fregio che tuttora mantiene.

Si affaccia una nuova stella nel panorama motociclistico, anche se le indiscrezioni riguardo la sua vita senza limiti, caratterizzata da alcol, eccessi e belle donne, corrono veloci tanto quanto le sue prodezze in pista.
Si passa così al 1995, anno in cui l’australiano si impegna sia nel campionato nazionale (conquistando il titolo) sia nel Mondiale, riconfermato dal Team Muzzy.

La prima stagione completa si rivelerà entusiasmante: Anthony corre sin dal primo giro con il coltello fra i denti, il suo istinto è un dono di natura che gli appassionati hanno visto in pochi altri piloti. Rob Muzzy dichiarerà in seguito: “Lawson e Chandler sono stati eccezionali nell’aiutarci a settare la moto, capivano al volo se le modifiche che apportavamo funzionavano o no. Gobert invece aveva un talento incredibile, ma quasi nessuna esperienza sul comportamento dinamico del mezzo. Si limitava a pensare «io aggiro il problema» . Forse è per questo che ha imparato a pilotare al massimo livello, perché ha provato a guidare sopra ad ogni problema invece di provare a sistemarlo. Un altro approccio mentale, all’estremo opposto del perfezionismo. Era capace di cose che non ho mai visto fare a nessun altro.”

I risultati sopperiscono alla sua forma fisica palesemente abbondante per un atleta e alla sua vita perennemente sopra le righe: con due vittorie (Laguna Seca e Phillip Island) ed altri 4 podi, l’australiano centra un sorprendente quarto posto finale, che gli assicurerà il rinnovo per la stagione successiva.

Quello di cui è ignaro “Go Show” è che non riuscirà più a ripetersi sui livelli della stagione appena conclusa. Tuttavia per valutare e descrivere Gobert non si deve commettere l’errore di soffermarsi troppo ai risultati: parlare sommariamente dell’ottavo posto finale del 1996 (con 4 gare saltate per infortunio), frutto della vittoria in Gara2 a Laguna Seca e della doppietta a Phillip Island, non renderà mai giustizia se si pensa ai duelli con Corser, Slight, Chili e Fogarty. Ai traversi, alle gomme fumanti, alle virgole lasciate sull’asfalto. O come non ricordare le manovre al limite della fisica, i sorpassi all’esterno al curvone di Misano e al Cavatappi del circuito statunitense ai danni del ducatista Kocinski.

 

 

 

Tuttavia le speranze di domare il cavallo pazzo Gobert sono esaurite anche per il team manager Muzzy, che tanto ha provato prima di dargli in ben servito. “È complicato collaborare con lui, non apprezza lo sforzo della squadra. È sempre difficile lavorare con un ragazzo che ti dice continuamente che sei uno stupido stronzo” dichiarerà il patron Kawasaki. Tutte le porte del WorldSBK gli si chiudono in faccia, ma per l’australiano è pronto il passaggio nel Motomondiale.

È il 1997 e le 500 due tempi rappresentano la classe regina. I vertici di Hamamatsu, stregati dalla classe e forse convinti di riuscire a redimerne l’indole, mettono sotto contratto “Go Show”. Il team manager Suzuki Garry Taylor avrà modo di saggiare la tempra di Anthony sin dai primi test: leggenda narra che al ritorno in pit-lane, ai tecnici impazienti di conoscere le impressioni riguardo l’incantevole RGV Gamma ufficiale “Lucky Strike”, Gobert risponderà protestando per l’assenza di birra nel box, tralasciando qualsiasi commento sul mezzo. Nonostante risultati via via in crescendo e l’ingresso stabile in top-ten, la pazienza della squadra ufficiale si esaurisce rapidamente. Viene addirittura tentato un incontro con un famoso sensitivo, nella speranza di placare i vizi del pilota. “Che razza di fottuto coglione” si limiterà a commentare Anthony. Per la Suzuki è troppo, il limite di sopportazione ormai ampiamente superato. Pur di svincolarsi dal contratto impongono addirittura un test anti-doping al proprio alfiere, con 1/3 della stagione ancora da disputare. Risultato? Positività alla marijuana e rescissione dell’accordo.

Nel 1998 approda nel campionato americano Superbike, ingaggiato dal team Ducati Vince & Hines per guidare la 996. È secondo nel campionato con un bottino di 3 vittorie quando viene iscritto come wild card nella prova del Mondiale Superbike sul tracciato della sua amata Laguna Seca. Ma i commissari bussano ancora alla sua porta e Anthony risulta nuovamente positivo alla marijuana. Rimane difficile riferirsi alla vicenda tirando in ballo in termine anti-doping: se nel limite della parola di questo si è trattato, è lapalissiano invece comprendere come gli effetti dell’ “erba” siano tutt’altro che vantaggiosi in uno sport come il Motociclismo.
In ogni caso Gobert deve rinunciare alle possibilità iridate: la squalifica fino al termine della stagione (poi ridotta a 3 gare) lo elimineranno dalla lotta al titolo.

Nel ’99 rimane nello stesso team. Frequenti le sue sparizioni, i pettegolezzi riguardo le sue veloci fughe nelle Filippine per dar sfogo ai suoi desideri. Con un fisico sempre più appesantito, stavolta riesce a prender parte alla tappa a stelle e strisce del Mondiale, di nuovo a Laguna Seca, di nuovo come wild card: vince in Gara1. Più sfortunata Gara2, chiusa con un ritiro. Nello stesso anno riesce anche nell’impresa di portare a punti la mediocre Muz Weber 500 in una delle tre gare disputate nel Motomondiale.
Ma la personalità indomabile dell’australiano torna a far nuovamente capolino: cerca di eludere i controlli anti-droga nascondendo sacche di urina pulita…

Ciò nonostante, le brillanti prestazioni dell’annata appena terminata portano a “Go Show” l’ennesima opportunità nel Mondiale Superbike: il team manager Virginio Ferrari decide di mettere nelle mani di Gobert la meravigliosa Bimota SB8R per la stagione 2000. E Gobert scrive la Storia. È il 23 Aprile, e sotto la pioggia di Gara1 di Phillip Island Anthony sembra volare. Spinge la modesta moto motorizzata Suzuki al successo, resistendo agli attacchi di Fogarty e riportando la casa italiana sul gradino più alto del podio ben 11 anni dopo l’impresa di Giancarlo Falappa al Paul Ricard. Purtroppo la favola ha vita breve: il team è costretto a ritirarsi a causa di problemi economici, ma indelebile rimane per gli appassionati il ricordo di quella freccia color argento con il numero 501 in grado di svettare nel paese dei canguri.
Nello stesso anno partecipa anche alla tappa Inglese del Motomondiale con la Modenas KR3 gestita da Kenny Roberts ed a 3 gare del BritishSBK con una Yamaha.
Dal 2001 al 2007 alterna sporadiche apparizioni nel Campionato AMA SBK e SSP, nonché in quello australiano. Nel 2006 sostituisce inoltre per 2 gare del WorldSSP David Checa ed ottiene una wild card per la gara di Valencia del WorldSBK.

Ma il fisico è sempre più martoriato dagli abusi, ed i soldi sperperati. Sempre nel 2006 viene sorpreso al volante sotto l’effetto di eroina. La sospensione della patente non lo preoccupa, così viene nuovamente beccato alla guida con la droga in circolo. Torna alla ribalta nel 2008, quando con un contratto da commesso in un fast-food ha derubato due anziani di pochi dollari. Le sue ultime notizie risalgono al 2011, a seguito di un ricovero in una clinica psichiatrica per disintossicarsi e scontare una pena. Al giudice che gli chiedeva che mestiere facesse, ha dichiarato orgogliosamente: “Sono un pilota professionista!”.

Stuart Shenton, boss del team Suzuki, disse di lui: “Se ragioniamo in termini di talento naturale, posso affermare che il campione che ne aveva di più era Gobert. Ma era una completa perdita di tempo perché non riusciva a rendersi conto di quanto ne avesse e non era in grado di applicarlo. Uno con la sua capacità sarebbe potuto diventare Campione del Mondo, ma eravamo consapevoli che non sarebbe mai successo. Con lui abbiamo visto le più incredibili temperature dei freni. Se fosse stato capace di dedicarsi con costanza alle corse, impegnandosi tutte le settimane, restando in forma e in salute, con la giusta concentrazione, sarebbe sicuramente diventato qualcuno.”

Siamo stati molto attenti in questo articolo a non usare mai l’aggettivo “sprecato” per riferirci al talento e alla carriera di Anthony Gobert, di cui in molti hanno abusato. Questo non perché non siamo consapevoli di ciò che l’asso abbia gettato alle ortiche… Sapete immaginare inoltre un Gobert dedito agli allenamenti, alla sana alimentazione e al rigore? Noi no. “Go Show” , prendere o lasciare. Purtroppo o per fortuna questo è stato Anthony Gobert, un lampo che ha illuminato gli anni ’90 del Motociclismo.

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